La tabaccheria di Gaibanella: un secolo di storia tra famiglia e musica
- Nicola Franceschini
- 30 Aprile, 2026
A Gaibanella, in provincia di Ferrara, esiste una tabaccheria che è molto più di un semplice punto vendita. Attiva dagli anni Venti e gestita dalla famiglia Mascellani dal 1937, questa bottega ha attraversato quasi un secolo di storia, accompagnando i cambiamenti del paese e della comunità che le è cresciuta intorno. Nel tempo è diventata un luogo familiare, riconoscibile, capace di conservare memoria e relazioni, oltre alla propria funzione commerciale.
Tra i ricordi più suggestivi ci sono quelli legati agli anni Quaranta, quando tra tabacco, sale e vita quotidiana risuonavano le arie di Puccini dedicate alla signora Tosca. Un episodio semplice, ma capace di raccontare il clima di un’epoca in cui le botteghe erano anche spazi di socialità, incontro e condivisione. Ne parliamo con Francesco Mascellani, testimone diretto di questa lunga storia familiare, oggi ancora presente ogni giorno accanto alla nuova generazione.
Com’è iniziata la storia della vostra tabaccheria?
La tabaccheria esiste dal 1928, ma è entrata nella nostra famiglia nel 1937, quando mio padre è diventato coadiutore. L’anno dopo mia zia ne è diventata titolare, ma poco tempo dopo ha deciso di prendere i voti e partire per l’Uruguay. Così l’attività è passata a mia madre Tosca e a mio padre, che hanno continuato insieme. Da quel momento la tabaccheria è diventata parte integrante della nostra famiglia, non solo come lavoro, ma come punto di riferimento quotidiano. Era un’attività da seguire con impegno, presenza e sacrificio, ma anche con un forte legame con le persone del paese.
Negli anni Quaranta la tabaccheria era anche un piccolo “palcoscenico”. Ci racconta questo episodio?
Sì, è uno dei ricordi più belli. Un nostro cliente, amico di famiglia, nel tempo libero si dilettava a fare il tenore. Quando passava in negozio, dedicava una serenata a mia madre Tosca, cantandole arie dell’opera di Puccini che porta il suo nome. Erano momenti semplici ma molto emozionanti. La tabaccheria, in quelle occasioni, si trasformava quasi in un piccolo teatro improvvisato, dove la vita di tutti i giorni si mescolava alla musica. Bastava poco per creare un momento speciale: una voce, una canzone, qualche persona ad ascoltare. Sono ricordi che oggi sembrano lontani, ma che restituiscono bene l’atmosfera di quegli anni.
Esiste una testimonianza di quei momenti?
Sì, c’è una fotografia degli anni Quaranta che immortala proprio una di queste scene. Si vede quest’uomo mentre canta, rivolto verso l’interno della tabaccheria. Oggi quella foto è conservata nell’Archivio Storico FIT ed è una testimonianza preziosa di quell’epoca. Per noi ha un valore enorme, perché non racconta solo un episodio curioso, ma rappresenta un frammento della nostra storia familiare e del ruolo che la tabaccheria aveva nella vita del paese. È un’immagine che parla di rapporti umani, di consuetudini, di una quotidianità fatta di gesti semplici e autentici.
Nel tempo la vostra attività si è evoluta molto. Che ruolo aveva nella comunità?
La tabaccheria non era solo un luogo dove comprare sigarette. Era anche trattoria, caffè, salumeria e persino distributore di benzina. Era un punto di ritrovo per tutti, un posto dove si veniva anche per parlare e stare insieme. In un paese, attività come questa avevano un ruolo fondamentale: erano luoghi in cui passavano notizie, racconti, amicizie e abitudini. Le persone entravano per acquistare qualcosa, ma spesso si fermavano anche per scambiare due parole. La bottega era parte della vita quotidiana e accompagnava le giornate della comunità.
Quando è entrato lei nell’attività di famiglia?
Nel 1968, quando mio padre si è ammalato, ho deciso di restare in tabaccheria per portare avanti il lavoro. Poi si è unita anche mia moglie Roberta come coadiutrice. Siamo andati avanti insieme per tanti anni. È stata una scelta naturale, ma anche molto impegnativa, perché significava assumersi una responsabilità importante. Portare avanti un’attività di famiglia vuol dire rispettare ciò che è stato costruito prima, ma anche adattarsi ai tempi che cambiano. Negli anni sono cambiate le abitudini, i servizi, le esigenze dei clienti, ma è rimasto lo stesso spirito di accoglienza.
Oggi chi porta avanti la tradizione?
Dal 2016, la titolarità è passata a mia figlia Emma. Io però continuo a essere presente tutti i giorni. È un lavoro che ti entra nel sangue: non è solo un mestiere, è una parte della vita. Vedere che la tradizione continua con una nuova generazione è motivo di grande soddisfazione. Significa che tutto quello che è stato costruito non si interrompe, ma trova un modo nuovo per andare avanti. Ogni generazione lascia qualcosa, aggiunge un pezzo di storia e mantiene vivo il legame con il territorio.
Cosa rappresenta per lei questa attività?
Rappresenta tutto. La famiglia, i sacrifici, i ricordi. Noi diciamo sempre: da soli non saremmo niente, ma uniti siamo tutto. Ed è proprio questo che ci ha permesso di andare avanti per così tanto tempo. La tabaccheria è stata il filo conduttore di tante vite, un luogo in cui lavoro e affetti si sono intrecciati ogni giorno. Guardandola oggi, non vedo solo un’attività commerciale, ma una storia fatta di persone, incontri, fatiche e momenti belli. È una parte della nostra identità e, in qualche modo, anche della storia di Gaibanella.