Pesaro, una storia che attraversa Ferrara: “Così portiamo avanti oltre 150 anni di negozio e di memoria”
- Nicola Franceschini
- 23 Marzo, 2026

A Ferrara ci sono attività commerciali che non sono soltanto negozi, ma veri e propri punti di riferimento della memoria cittadina. Tra queste c’è Pesaro Antica Merceria, insegna storica nata nel 1875. Un percorso che attraversa quattro generazioni, il centro storico, i cambiamenti del commercio e persino alcune delle pagine più intense della storia ferrarese. Ne abbiamo ricostruito i passaggi attraverso un’intervista che racconta non solo l’evoluzione dell’attività, ma anche il valore umano e culturale che questa bottega continua a custodire.
Pesaro Antica Merceria ha superato i 150 anni di attività. Che significato ha oggi, a marzo 2026, guardare a questo traguardo?
«È un traguardo importante, ma soprattutto è un momento che invita a guardare indietro con gratitudine e avanti con responsabilità. I 150 anni sono stati celebrati nel febbraio 2025, con un importante significato: vuol dire esserci ancora, continuare a lavorare ogni giorno nello stesso spirito con cui tutto è cominciato. Non si tratta solo di longevità commerciale, ma di continuità familiare, di rapporto con la città e con le persone che, generazione dopo generazione, hanno scelto di entrare qui. In fondo, il modo migliore per celebrare una storia così lunga è continuare a tenerla viva nella quotidianità.»
Com’è iniziata questa storia e quali sono stati i passaggi più importanti?
«Tutto nasce nel 1875, quando Aldo Pesaro apre il negozio sotto i Portici del Duomo. Da lì prende forma un’attività che negli anni si radica sempre di più nel tessuto cittadino. Il passaggio alla seconda generazione arriva con Ciro Pesaro, che negli anni Trenta trasferisce il negozio in via Contrari, all’angolo con via Canonica. Poi c’è stata la fase guidata da Ivo Pesaro, che nel dopoguerra ha dato un impulso decisivo alla crescita del negozio, ampliando l’offerta e consolidandolo come punto di riferimento per l’abbigliamento classico, la merceria, i tessuti, la biancheria e tutto ciò che ruota attorno al cucito e alla casa. Dal 2013, infine, l’attività è tornata sotto i portici, in piazza Trento Trieste, dove si trova ancora oggi. Ogni passaggio ha lasciato un segno, ma senza mai far perdere l’identità originaria.»
In un’epoca dominata da grandi catene ed e-commerce, come fa un negozio storico a restare rilevante?
«Credo che il punto sia proprio non voler essere qualcosa di diverso da ciò che si è. Un negozio come il nostro non può competere sul terreno dei numeri o della velocità impersonale. Può però offrire quello che spesso altrove manca: conoscenza del prodotto, ascolto, attenzione, fiducia. Le persone entrano qui anche per chiedere un consiglio, per ritrovare una relazione, per sapere che dietro il bancone c’è qualcuno che conosce il mestiere. In questo senso, la storicità non è solo un’eredità: è anche una responsabilità.»
La vostra storia si intreccia anche con quella civile e sociale di Ferrara. Quanto pesa questo aspetto nella memoria della famiglia?
«Pesa molto, perché la nostra non è soltanto una storia d’impresa. La nostra famiglia ha attraversato anche momenti drammatici della storia ferrarese. Ivo Pesaro, che è scomparso a 101 anni, fu testimone di eventi molto dolorosi legati alla città e alla guerra. Questo ha lasciato una memoria profonda, che si trasmette insieme ai ricordi del negozio e del lavoro quotidiano. Quando un’attività dura così a lungo, non conserva soltanto merci o registri: conserva esperienze, volti, vicende umane. Ed è forse questo uno degli aspetti che rendono una bottega davvero storica.»
Che cosa rappresenta oggi Pesaro per Ferrara e quale futuro immaginate?
«Vorremmo che continuasse a rappresentare un presidio di autenticità. Non solo un punto vendita, ma un luogo riconoscibile, familiare, parte del centro storico e della sua identità. Il futuro non si costruisce con effetti speciali, ma con la coerenza: restare fedeli a un modo serio di lavorare, sapendo però stare dentro il presente. Se dopo più di un secolo e mezzo siamo ancora qui, è perché la città ci ha riconosciuto come parte della sua storia. Il nostro compito è esserne all’altezza, ogni giorno.»